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Il formatore è un po’ Dio e un po’ uno straccio da cucina

La vita in fondo non è che un corso di formazione esperienziale architettato in maniera geniale da un’intelligenza superiore la cui presenza ed essenza profonda sfuggono a tutti noi.

Il formatore esperienziale

Il formatore esperienziale, ponendosi per brevi tratti nelle vesti di Dio, ha il mandato di organizzare per il gruppo e per i singoli quelle esperienze che maggiormente andranno a sollecitare i temi chiave dell’apprendimento e della crescita.

Così come nella vita, affrontare esperienze particolarmente toccanti per noi suscita tutta un’ampia gamma di emozioni, analogamente, durante un percorso formativo ben congeniato, si auspica che i partecipanti entrino in contatto con la stessa ampiezza di gamma emozionale.

Il formatore esperienziale deve essere prima di tutto un essere umano che ha vissuto, che ha vissuto le emozioni che ha saputo accoglierle in sé e rielaborare quel tanto che basta per non doverne stare a distanza.

Saper sentire e gestire le emozioni

Con tecnologie all’avanguardia abbiamo studiato le emozioni dal punto di vista energetico: si tratta di campi elettromagnetici con frequenze diverse e possono essere visualizzate come aloni colorati (vedi video)

Il formatore deve avere attraversato il rosso della rabbia, il verde della speranza, il giallo dell’intuizione, il rosa dell’amore, il grigio della tristezza e così via. Insomma, il formatore esperienziale deve avere, nel proprio campo energetico, la capacità di entrare in risonanza con l’intero spettro dell’emozione umana. Per giungere a questa capacità c’è una sola strada: vivere intensamente la vita come se fosse una scuola.

La metodologia esperienziale offre emozione e coinvolgimento e permette di trasmettere contenuti specifici (

Quando divino, quando straccetto

Il formatore esperienziale è un po’ come Dio è un po’ come uno straccetto gommoso da cucina.

È Dio quando architetta lo stimolo più idoneo al gruppo, poi però, quando il gruppo è immerso nell’ esperienza, ecco che il formatore esperienziale si trasforma nel famoso straccetto quadrato di cucina.

Sono quegli straccetti quadrati e gommosi, disponibili in tutti i colori a ben rappresentare la diversa gamma di emozioni che si possono incontrare durante un percorso formativo. La particolarità dello straccetto di cucina però è che, per funzionare, non deve essere né troppo bagnato né troppo secco.

Quando uno straccetto da cucina è completamente secco, non sarà in grado di asciugare ne di pulire alcunché; quando uno straccetto da cucina è troppo inzuppato d’acqua, analogamente non sarà in grado di fare il proprio lavoro.

Ecco, dunque l’importanza per il formatore esperienziale di essere umido di emozione al punto giusto; di essere capace di asciugare, di pulire, di gestire il vissuto emozionale dei partecipanti senza lasciarsene impegnare troppo diventando inzuppato e senza prenderne troppo le distanze rimanendo secco e asettico.

Con questa capacità il formatore potrà operare alchimia, portando in sé le emozioni del gruppo e trasmutandole attraverso il proprio campo energetico cardiaco  per poi proiettare energia più equilibrata al gruppo, aiutandolo ad andare oltre ai picchi emozionali, trasformandoli in apprendimento.

Entra in gioco l’alchimia

Un espediente che utilizzo nei momenti topici in cui l’emozione sembra ingestibile da parte di un singolo o del gruppo è quello che io chiamo: “Riconoscimento e Remissione”: ascolto i vissuti, ascolto le emozioni e le riconosco in me. Immediatamente vado a ripescare un momento specifico della mia vita dove ho affrontato un’emozione analoga a quella di gioco in quel momento. So che allora, magari con tempi lunghi o con modalità goffe, sono riuscito a rielaborarla e a trasformarla in conoscenza: ripeto il processo in pochi istanti, lì per lì in diretta e all’insaputa del gruppo.

Porto nel cuore quel ricordo, mi permetto di vivere quell’emozione, entro in piena sintonia ed empatia con il gruppo e poi con un atto di Alchimia ricordo di avere già trasformato tutto questo, di averne appreso la lezione e di essermi arricchito da quella situazione. A quel punto proietto sul gruppo l’immagine di questo processo, aiutandolo così ad uscire dai meandri, a volte scuri a volte spigolosi delle emozioni troppo forti.

Tutto questo il gruppo non lo sa e non lo vede, ma avviene durante il briefing al termine di ogni sessione di attività, quando ci ricaviamo un immancabile spazio dedicato alla condivisione delle emozioni.  Quando chiedo al gruppo: “Come siete stati? Cosa avete provato?” sono Dio, pronto a compiacersi del proprio operato e sono uno straccio da cucina umido, pronto a mettermi al servizio del gruppo.

Massimo Borgatti

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